2) Fichte. La dialettica dell'Io: primo momento.

Fichte presenta in questa lettura il fondamento di tutta la sua
Dottrina della scienza, cio come si debba superare il principio
d'identit A=A, per arrivare al principio logico assoluto Io=Io e
ad affermare che tutto ci che ,  posto dall'Io.
J. G. Fichte, Fondazione di tutta la dottrina della scienza, 1794,
paragrafo 1  (pagine 409-410).

Posto dunque un fatto qualunque della coscienza empirica, se ne
separano una dopo l'altra tutte le determinazioni empiriche fino a
che resta soltanto ci che in nessun modo non pu non essere
pensato, e dal quale non pu pi essere separato nulla.

La proposizione: A  A (che vale quanto A=A, ch queste  il
significato della copula logica)  ammessa da ciascuno; ed invero
senza menomamente pensarci su: la si riconosce per pienamente
certa ed indubitabile.
Qualora per qualcuno ne dovesse richiedere una dimostrazione, non
si attenderebbe certo a darla, ma si affermerebbe che quella
proposizione  assolutamente, cio senza ragione ulteriore, certa;
, cos facendo, senza dubbio con l'assenso di tutti, ci si
ascrive la facolt di porre qualcosa assolutamente.

Con l'affermazione che la proposizione precedente  certa in s,
non si pone che A esista. La proposizione A  A non  per nulla
equivalente a quest'altra: A esiste, oppure esiste un A [_].
Con la proposizione A=A si giudica. Ma ogni giudizio , secondo la
coscienza empirica, un agire dello spirito umano, giacch possiede
tutte quelle condizioni dell'atto nell'autocoscienza empirica che
vanno presupposte, ai fini della riflessione, come certe e
indubitate.
A fondamento di questo agire sta qualcosa fondato su nulla di
superiore, e cio X=io sono.
Perci l'assolutamente posto e fondato su s stesso  fondamento
di un certo agire dello spirito umano (l'intera dottrina della
scienza dimostrer che lo  di tutto), e quindi il suo puro
carattere, il puro carattere dell'attivit in s: prescindendo
dalle particolari condizioni empiriche della stessa.
Dunque, la posizione dell'io ad opera di s stesso  la sua pura
attivit. L'io pone s stesso; ed esso  in forza di questo mero
porre ad opera di s stesso; e viceversa: l'io , ed esso pone il
suo essere in forza del suo mero essere. Esso , al tempo stesso,
l'agente ed il prodotto dell'azione; l'attivo e ci che  prodotto
dall'attivit; azione e fatto sono una sola e medesima cosa; e
perci l' io sono  espressione di un atto; ma anche del solo atto
possibile, come dovr risultare da tutta la dottrina della scienza
[_].
Porre s stesso ed essere sono, nell'uso dell'io, pienamente
identici. La proposizione: io sono perch ho posto me stesso, pu,
pertanto, essere espressa anche cos: io sono assolutamente,
perch io sono.
Inoltre, l'io che si pone e l'io che  sono pienamente identici,
una sola e medesima cosa. L'io  quello che esso si pone, e si
pone come quello che esso . Dunque: io sono assolutamente quello
che sono.
L'espressione immediata dell'atto ora sviluppato sarebbe la
formula seguente: io sono assolutamente, e cio: io sono
assolutamente perch io sono, e sono assolutamente ci che sono;
l'una e l'altra cosa per l'io.
Se il racconto di questo atto lo si pensa al vertice di una
dottrina della scienza, la sua formulazione dovrebbe avvenire
press'a poco in questi termini: L'io originariamente pone
assolutamente il proprio essere.
Noi siamo partiti dalla proposizione A = A non come se da essa si
potesse dedurre la proposizione: io sono, ma perch dovevamo
partire da una qualunque proposizione certa, data nella coscienza
empirica. Ma anche dalla nostra spiegazione  risultato che non
gi la proposizione A = A fonda la proposizione: io sono, ma che,
piuttosto, quest'ultima fonda la prima.
Se nella proposizione io sono si astrae dal contenuto determinato,
e si lascia la mera forma che  data con quel contenuto, la forma
dell'inferenza dall'essere posto all'essere, come deve accadere ai
fini della logica, si ottiene allora come principio della logica
la proposizione A = A che pu essere dimostrata e determinata solo
dalla dottrina della scienza. Dimostrata: A  A perch l'io che ha
posto A  identico a quello in cui esso  posto; determinata:
tutto ci che ,  solo in quanto  posto nell'io, e fuori dell'io
 nulla. Nessun possibile A nella proposizione precedente (nessuna
cosa) pu essere altro che un alcunch posto nell'io. Se si astrae
inoltre da ogni giudicare, come atto determinato, e ci si limita a
considerare il tipo di azione in generale dello spirito umano data
da quella forma, si ottiene la categoria della realt. Tutto ci a
cui la proposizione A = A  applicabile ha realt nella misura in
cui la stessa  ad esso applicabile. Ci che  posto mediante il
mero porre d'una cosa qualsiasi (di un alcunch posto dall'io) 
una realt,  la sua essenza.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1971, volume
diciassettesimo, pagine 913-917.

G. Zappitello, Antologia filosofica, Quaderno secondo/9. Capitolo
Quattordici./1.
3) Fichte. La dialettica dell'Io: secondo momento.
L'atto di porre e l'atto di opporre sono entrambi propri dell'Io.
All'opposizione appartiene una materia ed una forma. All'Io, che 
l'unico ad essere posto originariamente, non pu essere opposto
che un non-Io, incondizionato nella forma e condizionato nella
materia; la forma essendo la dimensione logica e la materia quella
empirica.
J. G. Fichte, Fondazione di tutta la dottrina della scienza, 1794,
paragrafo 2 (pagine 411-412).

Ora, per mezzo di questo atto assoluto, ed assolutamente per mezzo
di esso, l'opposto in quanto opposto (come mero contrario in
generale)  posto. Ogni contrario, in quanto contrario, 
assolutamente in forza di un atto dell'io, e per nessun'altra
ragione. L'essere opposto in generale  assolutamente posto
dall'io.

Se un -A qualsiasi dev'esser posto, deve essere posto anche un A.
L'atto dell'opporre  pertanto condizionato anche per un altro
riguardo. Se, in generarle, un atto  possibile, dipenda da un
altro atto; l'atto  perci condizionato secondo la materia da un
agire in generale; esso  un agire in relazione con un altro
agire. Che si agisca proprio cos  e non altrimenti, questo non
dipende da alcuna condizione; quanto alla sua forma (relativamente
al come) l'atto  incondizionato.
(L'opporre  possibile soltanto a condizione dell'unit della
coscienza del ponente e dell'opponente. Se la coscienza del primo
atto non si connettesse con la coscienza del secondo, il secondo
porre non sarebbe un opporre, ma un porre senz'altro. Solo in
riferimento ad un porre diventa un opporre).

Finora s' parlato dell'atto come mero atto, del tipo di atto.
Passiamo ora al prodotto di esso = -A.
Possiamo di nuovo distinguere in -A la sua forma e la sua materia.
Tramite la forma si determina che esso , in generale, un
contrario (di un X qualsiasi). Se esso  opposto ad un A
determinato, allora ha una materia, e non  una qualsiasi cosa
determinata.

La forma di -A  determinata assolutamente dall'atto: esso  un
contrario perch  il prodotto di un atto di opporre; la materia 
determinata da A: esso non  ci che  A. Io so di -A che esso 
il contrario di un qualsiasi A. Che cosa per sia oppure non sia
ci di cui ho questa conoscenza, posso saperlo soltanto a
condizione di conoscere A.

Nulla  posto originariamente tranne l'io; e questo soltanto 
posto assolutamente. Perci si pu opporre in modo assoluto
soltanto all'io. Ma ci che  opposto all'io  = non-io.

Con quell'evidenza con cui si presenta tra i fatti della coscienza
empirica il riconoscimento incondizionato dell'assoluta certezza
della proposizione -A = A, con la stessa evidenza all'io  opposto
assolutamente un non-io. Ora, da questa opposizione originaria 
derivato tutto ci che noi abbiamo detto sopra dell'opporre in
generale, e che perci vale di essa originariamente: essa  dunque
assolutamente incondizionata riguardo alla forma, condizionata,
invece, riguardo alla materia. E cos, dunque, si sarebbe trovato
anche il secondo principio fondamentale del sapere umano.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1971, volume
diciassettesimo, pagine 919-920.

G. Zappitello, Antologia filosofica, Quaderno secondo/9. Capitolo
Quattordici./1.
4) Fichte. La dialettica dell'Io: terzo momento.

Fichte afferma che la contrapposizione A-non A non porta alla
distruzione di entrambi gli elementi, ma alla loro limitazione
reciproca, quindi alla divisibilit. Lo stesso si pu dire del
rapporto fra l' Io ed il non-Io, per cui egli arriva alla formula:
Io oppongo nell'Io all'io divisibile un non-Io divisibile.
J. G. Fichte, Fondazione di tutta la dottrina della scienza, 1794,
paragrafo 3 (pagina 412).

Dobbiamo pertanto, come sopra, fare un esperimento e domandarci:
come possono A e -A, essere e non-essere, realt e negazione,
pensarci insieme senza che si distruggano e si sopprimano?.

Non  da aspettarsi che qualcuno possa rispondere a questa domanda
in altro modo che il seguente: essi si limiteranno reciprocamente
[_].
Limitare qualcosa significa sopprimerne la realt non totalmente,
ma solo in parte, mediante una negazione. Nel concetto dei limiti
 dunque implicito, oltre a quelli della realt e della negazione,
anche il concetto della divisibilit (della capacit di quantit
in generale, non proprio di una quantit determinata) [_].
Al tempo stesso che all'io  opposto un non-io, l'io, a cui 
opposto, e il non-io, che  posto, sono posti come divisibili [_].
In quanto  posto il non-io, dev'essere anche posto l'io;
entrambi, infatti, sono posti in generale come divisibili, secondo
la loro realt.
Ora soltanto per mezzo del concetto enunciato si pu dire di
entrambi: essi sono qualcosa. L'io assoluto del primo principio
non  qualcosa (non ha alcun predicato n pu averne alcuno): esso
 assolutamente ci ch'esso ; e ci non pu essere ulteriormente
chiarito. Ora, per mezzo di questo concetto, tutta la realt 
nella coscienza; e di essa spetta al non-io quella che non spetta
all'io, e viceversa. Entrambi sono qualcosa: il non-io ci che non
 l'io, e viceversa. Opposto all'io assoluto (cui, per, esso pu
essere opposto soltanto in quanto  rappresentato, e non in quanto
 in s), il non-io  assolutamente nulla; opposto all'io
limitabile, esso  una grandezza negativa.

L'io dev'essere identico a s stesso oppure opposto a s stesso.
Ma esso  identico a s stesso nei riguardi della coscienza: la
coscienza  unica, ma in questa coscienza  posto l'io assoluto
come indivisibile, mentre l'io, a cui  opposto il non-io,  posto
come divisibile. Perci l'io, in quanto gli  opposto un non-io, 
esso stesso opposto all'io assoluto.
E cos, dunque, sono conciliate tutte le opposizioni, senza
pregiudizio per l'unit della coscienza; e questa  insieme la
prova che il concetto enunciato era quello giusto [_].
La misura di ci che  incondizionatamente ed assolutamente certo
 ormai esaurita; ed io l'esprimerei, press'a poco, nella formula
seguente: io oppongo nell'io all'io divisibile un non-io
divisibile.
Oltre questa conoscenza non va nessuna filosofia; ma ogni
filosofia che si voglia esauriente deve risalire fino ad essa, e
quando lo fa diventa dottrina della scienza. Tutto ci che d'ora
in avanti si presenter nel sistema dello spirito umano, deve
potersi dedurre da ci che  stato esposto_.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1971, volume
diciassettesimo, pagine 923-925.
